martedì 7 dicembre 2021

MONTECATONE: il tema del dolore

Da sx: Simona Udriste e Monika Zackova
Imola, 7 dicembre 2021 - Qualcuno sostiene che il benessere corrisponde alla «assenza di dolore», un conc
etto ampiamente condivisibile considerato che, una volta placatosi il male, sia esso fisico o psicologico, tutto appare molto meno complicato. Un principio che vale anche a Montecatone, dove la sofferenza può anche indurre i pazienti che ne sono afflitti a sentimenti negativi come paura o collera, a far insorgere preoccupazioni immotivate o, ancora, a far aumentare un senso d’abbandono spesso ingiustificato.

 «La reazione istintiva del paziente – spiega Monika Zackova, direttore dell’Area Critica e responsabile della Terapia antalgica – è quella di proteggersi dal dolore rinunciando al movimento o cercando riposo. Purtroppo, però, l’interruzione di alcune routines quotidiane o riabilitative non paga, anzi, contribuisce a riproporlo accrescendone, se possibile, l’intensità. Un circolo vizioso che noi qui tentiamo di spezzare».

 A Montecatone la sofferenza è una sorvegliata speciale e l’impegno per offrire sollievo ai pazienti è massimo e differenziato tanto quanto l’origine del dolore: «Dipende da più cause: lesione, postura, viscere o spasticità – aggiunge ancora Zackova – un enorme ventaglio al quale viene contrapposta una terapia multimodale che è espressione di un approccio multidisciplinare. Le decisioni vengono valutate e attuate col concorso di tante professionalità: dal fisiatra al fisioterapista, dall’anestesista al neurologo passando per lo psicologo e il terapista occupazionale».

 Ma il nocciolo del problema non sta solo dentro il perimetro meccanicistico perché il dolore è, oltre a quello, una posta aggiuntiva di stress che si somma a quella che il paziente vive a causa del suo trauma. «Questa tensione emotiva – commenta Zackova – innesca rilascio di cortisolo che scatena nell’organismo processi nei quali non viene coinvolta solo la porzione centrale del cervello ma, anche, il sistema neurovegetativo, quello endocrino e, infine, quello immunitario. Non è inusuale, quindi, che il persistere del dolore porti anche a un impoverimento delle difese immunitarie. Per arginare queste situazioni – dice ancora la direttrice dell’Area Critica – abbiamo a disposizione un ventaglio molto ampio di farmaci che possono agire in più aree, cito gli antiinfiammatori, gli oppiacei, i triciclici… E dove in qualche modo la farmacologia si arrende, è possibile intervenire in diversi modi: una infiltrazione delle faccette, delle epidurali, fino alla neuromodulazione o, in extrema ratio, al posizionamento di neurostimolatori midollari che agiscono sulla corteccia motoria. Ma qui la questione si fa davvero complicata».

 A tutto ciò, a Montecatone si affianca un’attività di intenso interscambio emotivo che Zackova ritiene di primaria importanza. «Educhiamo i pazienti a una migliore gestione delle emozioni provando a indirizzare l’attenzione verso altre mete, stimolando attività preferite; è indispensabile spezzare la catena – aggiunge – per attivare la produzione di endorfine ed encefaline a svantaggio del cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress. Credo che il messaggio forte che deve passare è che loro sono ben più del loro dolore, un dolore che non uccide». E in questa contabilità del dolore, gioca un ruolo determinante anche la capacità dei pazienti di essere resilienti.

 «La resilienza, che oggi possiamo misurare oggettivamente, è fondamentale nella cura del dolore.  Maggiore è nel paziente questa caratteristica, migliore è la sua capacità di affrontare il disagio. Le due terapie principali, farmacologica o interventistica, non sono sufficienti, occorre qualcosa in più. Per aumentare il tasso di resilienza, che va appresa, amplificata e stimolata offrendo nuovi stimoli e percorsi, possiamo sfruttare la neuroplasticità cerebrale. Si può lavorare sull’autostima, sulla capacità di comunicazione del paziente che va di pari passo con la nostra, noi operatori cerchiamo quotidianamente di incrementare la nostra empatia perché spesso si corre il rischio di essere semplici prescrittori ma allora la nostra terapia non sarà mai sufficientemente efficace».


Vito Colamarino

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